| |
Da “La
Stampa” del 17 gennaio 2007
L’Italia ultima
per nascite e asili “È mancata una politica coerente”
ROMA
Quel che è accaduto alle famiglie italiane è racchiuso nelle cifre
pubblicate in questi anni da un fiorire di studi e ricerche: in Italia
si fanno meno figli che in ogni altro Paese europeo, mentre le donne che
lavorano sono circa il 40%. Una cifra più o meno stabile da anni, ben
lontana dal 60 e oltre per cento della Francia o dell’80% circa di
molti paesi del Nord Europa o dagli Stati Uniti. Gli asili nido sono il
7% di quelli presenti in Europa, il che ci pone al terzultimo posto nel
Vecchio Continente, ben al di sotto del 23% della Francia. Dalle
ricerche Istat e Cnel risulta che nel 2003 con la nascita dei figli il
6% delle donne ha perso il lavoro e il 14% ha deciso di lasciarlo. Si
potrebbe continuare a lungo, tutte le cifre indicano la profonda crisi
in cui versa la famiglia italiana. Che cosa non ha funzionato? «Ci
credevamo superiori - risponde Anna Serafini, ds, presidente della
Commissione bicamerale per l’infanzia -. Noi sì che amiamo la
famiglia, continuavamo a ripeterci e intanto non ci attrezzavamo per i
cambiamenti in corso. Abbiamo lasciato che le famiglie costruissero da sè
gli strumenti di cui avevano bisogno, invece di assisterle come accade
in gran parte dei paesi europei». Un errore innanzitutto culturale che
risulta evidente soprattutto a partire da quest’anno, quando il
governo Prodi ha innalzato assegni familiari e detrazioni fiscali
portando i benefici medi a 250 euro per ogni figlio. L’Italia delle
famiglie si è avvicinata di un po’ a Paesi meglio organizzati quali
la Francia. Ma le differenze esistono ancora, e sono profonde su quella
che Anna Serafini definisce «una politica amica per le famiglie». Se
si torna a quel che è accaduto nei cinque anni di governo Berlusconi si
trova una miriade di misure che funzionavano una tantum, dal bonus bebè
(mille euro per la nascita di un figlio), alla detrazione dalle tasse
delle spese per i nidi privati voluta dall’onorevole Daniela Santanchè
di An vista la cronica assenza di quelli pubblici. Misure straordinarie,
poco efficaci a arginare la crisi: se una persona non fa figli perché
sente di non avere assistenza non sarà un premio di tanto in tanto a
farle cambiare idea.
Per trovare un intervento in grado di incidere profondamente bisogna
tornare indietro al 2000, quando entrò in vigore la legge sui congedi
parentali che prevedeva la possibilità di assentarsi dal lavoro per il
padre o la madre di un figlio fino a 8 anni. Si guadagna una quota
minima dello stipendio però, da una prima indagine del 2005, si è
scoperto che ai genitori italiani quella legge è piaciuta, ma non
abbastanza, soprattutto ai padri che prima di allora non avevano alcun
tipo di tutela. «Abbiamo ancora molta strada da fare», avverte Anna
Serafini. La Francia offre aiuti per chi ha una baby sitter e controlla
la qualità di chi decide di fare questo lavoro. In Italia no. Di
conseguenza in Francia a ricorrere alle tate è più del 18% delle
famiglie, in Italia uno stentato 8%. Poi ci sono le créches familiales,
una via di mezzo tra i nidi e le tate casalinghe, e le créches
collective. Nidi privati? Pochissimi. In Italia sono ormai il 20% e,
prima della proposta dell’onorevole Santanchè, cioè fino a due anni
fa, tutti a carico dei genitori. Se poi si esamina il livello di servizi
offerti ai bambini tra spazi per il gioco e centri per le famiglie la
percentuale del privato sale al 69,1%. Per Anna Serafini la strada da
percorrere passa innanzitutto per una proposta di legge, la legge 0-6
(come gli anni dei bambini) che prevede «il diritto di ogni bambino
all’educazione e alla vita di relazione, superando disuguaglianze e
barriere economiche, sociali, etniche e culturali». Vale a dire asili
nido per tutti. «Sarà uno dei temi di grande lotta politica»,
promette.
FLAVIA AMABILE
Copyright
©2007 La Stampa
INDIETRO |